Giuseppe Verdi: Il Compositore Che Ha Dominato L'opera Romantica, Da La Traviata Ad Aïda
Un figlio di locandiere diventato la voce di un'intera nazione: ecco come Giuseppe Verdi, dall'organo di un villaggio dell'Emilia-Romagna alle scene del Cairo e di Parigi, ha costruito il repertorio lirico più eseguito al mondo - e da quali arie iniziare per ascoltarlo davvero.
Roncole, una locanda e un abete
Giuseppe Verdi (1813-1901) non è nato in un salotto milanese ma in un villaggio, Roncole, vicino a Busseto, in Emilia-Romagna, quella provincia del Nord Italia famosa per la sua terra fertile e le sue nebbie invernali. I suoi genitori gestivano una locanda. In altre parole: nulla, nel suo ambiente, preparava un bambino a diventare il maestro dell'opera europea.
La musica arriva però molto presto, e attraverso un oggetto. Suo padre gli regala un'epinette, e il piccolo Giuseppe sa già suonarla all'età di sei anni. A dieci anni, già suona l'organo della chiesa del villaggio, il che implica una cosa molto concreta: saper accompagnare i servizi, sostenere le voci, improvvisare un po', mantenere un ritmo davanti a un'assemblea.
Nota Bene: l'epinette è uno strumento a corde pizzicate, una sorta di piccolo clavicembalo, più modesto e più facile da sistemare in casa rispetto a un grande strumento da salotto. È la scuola ideale per il pianoforte, si impara a leggere due pentagrammi contemporaneamente e a percepire l'armonia sotto le dita.
Questa doppia esperienza - il pianoforte domestico e l'organo della chiesa - spiega molto della futura solidità di Verdi. Non ha iniziato con la teoria, ha iniziato a fare musica per veri ascoltatori.
Da Busseto a Milano: una formazione che passa attraverso un fallimento
Verdi prosegue i suoi studi al liceo di Busseto e la sua formazione musicale presso la Società filarmonica municipale della città. Questa società di dilettanti illuminati gli serve da laboratorio: lì suona il pianoforte, dirige l'orchestra, compone per i musicisti che ha a disposizione. Oggi si fatica a comprendere quanto fosse importante questo apprendimento. Dirigere un'orchestra locale significa imparare sul campo cosa può fare un corno, fino a dove arriva un clarinetto, come coprire o mettere in risalto una voce.
Scrive allora una sinfonia ispirata all'apertura del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini (1792-1868), il maestro indiscusso della scena italiana dell'epoca. Anche qui, il procedimento è rivelatore: il giovane Verdi impara imitando un modello, smontando un meccanismo che funziona per capire perché funzioni.
Grazie a una borsa di studio, parte per studiare a Milano, capitale lirica del Nord Italia. E fallisce il concorso d'ingresso al conservatorio. Un rifiuto che avrebbe potuto fermarlo, ma che non lo ferma: prende lezioni private, frequenta la Scala, si forma a contatto con gli spettacoli e i professionisti, e compone diverse opere.
Lezione sempre valida per chi apprende un'arte: l'istituzione apre porte, non le chiude mai tutte. Verdi si è creato la sua scuola di riserva.
Ritorno a Busseto, primi posti e un lutto che segna tutto.
Nel 1835, completato il suo percorso musicale, Verdi cerca di guadagnarsi da vivere - perché un compositore, a quell'epoca, non vive della sua musica finché un teatro non gli ha commissionato nulla. Ottiene quindi un impiego stabile: maestro di musica e direttore della filarmonica di Busseto, la città della sua formazione.
È lì che sposa Margherita Barezzi (1814-1840), figlia della famiglia che aveva sostenuto i suoi studi. La felicità è breve e la continuazione terribile: i loro due figli muoiono in tenera età, e anche Margherita scompare, a ventisei anni. In pochi anni, Verdi perde l'intera famiglia.
Questi anni di lutto coincidono con i suoi primi passi sulla scena milanese. Le sue opere vengono messe in scena alla Scala, e il successo di Nabucco - con il suo grande coro di esuli, Va, pensiero - lo rende improvvisamente famoso in Italia. Il pubblico riconosce immediatamente una voce nuova: melodie ampie, sincere, cantabili, e cori che sembrano parlare a nome di un intero popolo.
Ricordate questo punto, perché spiega l'intera carriera: Verdi non scrive per esperti, scrive per un pubblico. È un uomo di teatro tanto quanto un musicista.
Rigoletto: come aggirare la censura austriaca
All'inizio degli anni 1850, Verdi affronta un tema esplosivo: un'opera di Victor Hugo, Il re si diverte, in cui un sovrano libertino seduce la figlia del suo giullare e dove la vendetta si trasforma in disastro. L'Italia del Nord è allora sotto dominazione austriaca, e ogni libretto d'opera deve passare davanti ai censori prima della prima rappresentazione.
Il verdetto è prevedibile: impossibile mostrare un re libertino e cinico, impossibile vederlo coinvolto in un complotto. La soluzione trovata con il suo librettista consiste in tre gesti precisi. Si sposta l'azione in una piccola corte italiana del Rinascimento, si retrocede il re a duca di Mantova - un principe fittizio, morto da secoli, quindi inoffensivo - e si rinominano i personaggi, con il giullare che diventa Rigoletto.
Il resto rimane intatto: il gobbo del giullare, la figlia segreta, il sacco in cui crede di tenere il cadavere del suo nemico. L'opera viene creata a Venezia e si impone subito. Il suo aria più celebre, La donna è mobile, cantata dal duca, è un caso esemplare: una melodia di ritornello, quasi banale, che diventa agghiacciante perché la si sente tornare nel momento in cui il dramma si chiude.
Per ascoltarla utilmente, non fermatevi a quest'aria. Ascoltate il quartetto dell'ultimo atto: quattro personaggi cantano contemporaneamente quattro sentimenti diversi - seduzione, scherno, disperazione, odio - e ciascuno rimane perfettamente identificabile. È qui che si vede la maestria di Verdi.
1853: due colpi di maestro in pochi mesi
L'anno 1853 è una delle più spettacolari di tutta la storia dell'opera. Verdi crea due opere che il mondo intero rappresenta ancora: Il Trovatore, poi La Traviata. Due universi opposti, uno dopo l'altro.
Il Trovatore, tratto da un dramma spagnolo, è un'opera di sangue e di notte: una zingara, un bambino rubato, due fratelli che si ignorano e si affrontano, un rogo. La musica va dritta al punto, con ritmi martellati - il famoso coro dei fabbri che colpisce l'incudine - e arie concepite come sfide lanciate alle voci. È l'opera romantica nella sua versione più sfavillante.
La Traviata, invece, è l'esatto contrario, ed è questa la sua modernità. Adattata da La Dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, racconta la storia di una cortigiana parigina, malata, che rinuncia all'amore per convenienza sociale prima di morire. Niente re, niente roghi: un salotto, un padre che viene a esigere una rottura, una camera e un'agonia. La prima delude infatti il pubblico, poco preparato a vedere sul palco personaggi vestiti come lui.
Ascoltatela individuando tre momenti e tutto diventa chiaro: il brindisi del primo atto, questo brindisi gioioso che inaugura la festa, il grande duetto del secondo atto tra Violetta e il padre Germont dove tutto si rompe, infine il terzo atto, dove l'orchestra si assottiglia fino al filo di voce. Verdi inventa qui un'intimità che l'opera non conosceva.
Parigi, Le Vespers siciliane e la conquista dell'Europa
Un compositore italiano che riesce a Milano, Venezia e Roma non ha ancora vinto tutto: gli resta Parigi, allora capitale dello spettacolo in Europa. Verdi compone lì I Vespri siciliani per l'Opera, su un libretto francese, accettando le regole di un genere molto codificato, il grand opéra alla francese.
Queste regole sono esigenti e concrete: cinque atti invece di tre o quattro, un'intrigo storico legato a un sollevamento popolare, scenografie monumentali, vasti ensemble corali e - obbligo assoluto - un balletto inserito nel cuore dell'opera. Verdi, abituato all'efficacia italiana, deve quindi ampliare la sua tavolozza, allungare le sue scene, curare ulteriormente l'orchestra.
Questo giro parigino cambia duramente la sua scrittura. I recitativi diventano più flessibili, le scene si susseguono senza tagli netti, l'orchestra smette di essere un semplice sostegno per diventare un commento del dramma. Verdi rivedrà infatti diverse delle sue opere per le scene francesi, adattandole a quel gusto.
Risultato: a partire da quegli anni, i suoi titoli circolano ovunque, da Londra a Vienna, da San Pietroburgo all'America del Sud. Verdi non è più un compositore nazionale, è un valore sicuro del repertorio internazionale.
Giuseppina Strepponi e gli anni più fecondi
Nella sua vita privata, un nome domina tutto: Giuseppina Strepponi, cantante che aveva cantato le sue prime opere. Vivono inizialmente insieme, il che provoca scandalo in una piccola città cattolica, poi si sposano. Lei sarà la sua compagna, la sua consigliera e la sua lettrice per decenni.
La coppia si stabilisce in campagna, vicino a Busseto, in una proprietà che Verdi trasforma in una vera e propria azienda agricola. Bisogna immaginare quest'uomo che sorveglia i suoi raccolti, discute di raccolti e lavori, per poi tornare a scrivere partiture che faranno piangere l'Europa. Questa vita ritirata non è una pensione: è il suo metodo di lavoro, lontano dal rumore dei teatri.
Segue un decennio di una fecondità impressionante, con opere che ampliano ulteriormente il suo territorio drammatico: un'opera di cospirazione e di ballo in maschera, una grande affresco di destino e guerra, un vasto dramma politico e amoroso ambientato alla corte di Spagna. Qui compaiono temi che non lo abbandoneranno più: il conflitto tra potere e coscienza, l'amicizia tradita, la solitudine dei potenti.
Se vuoi sentire l'evoluzione, confronta un'aria di Trovatore e un duetto di questo periodo tardivo. Nel primo, la melodia comanda. Nel secondo, la frase si piega al significato delle parole, esita, si interrompe: Verdi scivola poco a poco dall'aria alla scena.
Aïda: un'opera nata da un commissione egiziana
Aïda è il frutto di un ordine proveniente dall'Egitto, nel contesto delle grandi festività legate all'apertura del canale di Suez e all'ambizione del paese di dotarsi di un teatro degno delle capitali europee. L'opera è creata al Cairo, il che rimane una singolarità: uno dei più grandi successi del repertorio italiano non è stato battezzato in Italia.
Il soggetto parte da un canovaccio fornito da un egittologo, il che spiega la cura riservata allo sfondo: templi, riti, sacerdoti, cortei militari. La storia, invece, è di una semplicità formidabile. Aïda è una principessa etiope ridotta in schiavitù, Radamès è un capo di guerra egiziano che la ama, Amneris è la figlia del faraone che la ama anch'essa. Tre persone, due popoli in guerra, nessuna via d'uscita.
Verdi riesce in un colpo di forza di equilibrio. Da un lato, lo spettacolo: la scena del trionfo, con le sue trombe, il suo immenso coro, la sua marcia che tutti riconoscono senza sapere da dove provenga. Dall'altro, un finale sussurrato, due voci rinchiuse vive in una tomba, accompagnate da un'orchestra quasi immobile.
È il miglior punto di ingresso per un ascoltatore che scopre l'opera: iniziate con la marcia trionfale per la potenza, poi passate direttamente al duetto finale. In venti minuti, avrete capito cosa sa fare Verdi meglio di chiunque altro, passare dal monumentale all'intimo senza rottura.
Il Requiem, un monumento per Alessandro Manzoni
Verdi venerava Alessandro Manzoni, lo scrittore dei Promessi Sposi, quel romanzo che aveva dato all'Italia una lingua letteraria comune e una coscienza di sé. Alla morte dello scrittore, decide di omaggiarlo con una messa di Requiem, eseguita a Milano in occasione del primo anniversario della sua scomparsa.
L'opera disorientò alcuni ascoltatori, e si capisce perché: è una musica religiosa scritta da un uomo di teatro, con i mezzi del teatro. Quattro solisti, un grande coro, un'orchestra potente, e un trattamento del testo liturgico che mira all'effetto drammatico piuttosto che alla meditazione serena.
Il Dies irae ne dà la misura: il coro urla l'ira divina su colpi di gran cassa, poi tutto crolla in un silenzio. Altrove, la scrittura diventa al contrario dotta, con grandi fughe, come per dimostrare che un compositore d'opera padroneggia anche il mestiere dei maestri di cappella.
Da ascoltare, quindi, come un'opera senza messa in scena: ogni sezione è una scena, ogni solista un personaggio confrontato con l'idea della propria morte. Probabilmente è l'opera più violenta che Verdi abbia mai scritto.
Otello e Falstaff: due addii con Shakespeare
Dopo Aïda, Verdi tace a lungo. Si crede che si sia ritirato dagli affari, occupato delle sue terre. Poi un incontro decisivo rilancia tutto: quello con il poeta e compositore Arrigo Boito, che gli scrive due libretti tratti da Shakespeare e gli ridà la voglia di lavorare.
Otello, creato alla Scala, è il culmine del suo teatro. Non più arie isolate applaudite prima di riprendere l'azione: la musica scorre da un capo all'altro di ogni atto, la voce segue la parola, e Iago avanza a viso scoperto in un ruolo di manipolatore di una modernità stupefacente. Ascoltate la scena d'apertura, la tempesta, senza introduzione orchestrale: Verdi getta l'ascoltatore nell'azione fin dalla prima misura.
Falstaff, la sua ultima opera, è la sorpresa finale. A un'età in cui si scrivono testamenti, Verdi compone una commedia, ispirata alle disavventure di un vecchio vanitoso ruffiano ingannato dalle donne di Windsor. La partitura è vivace, leggera, piena di piccoli tratti orchestrali, e si conclude con una fuga collettiva su un'idea semplice: tutto, in questo mondo, è una burla.
Due opere da ascoltare in ordine, quindi, se volete cogliere il cammino percorso. L'uomo che aveva costruito la sua gloria sulle grandi melodie vendicative finisce per scrivere una risata colta, e lo fa senza un'oncia di nostalgia.
Verdi, la voce dell'Italia unita, e ciò che ci resta.
Verdi ha avuto un'opportunità storica: la sua carriera si sposa esattamente con il movimento che ha fatto l'Italia. I suoi cori di esiliati, di popoli oppressi, di patrioti in armi sono stati ascoltati dagli spettatori come messaggi sulla loro stessa situazione, in un'epoca in cui la penisola era frammentata e in parte occupata. Il suo nome stesso è diventato una parola d'ordine: urlare Viva Verdi in una sala permetteva di acclamare Vittorio Emanuele come re d'Italia senza essere arrestati, le iniziali del compositore servivano da abbreviazione alla formula vietata.
Diventato figura nazionale, siederà in parlamento e poi al senato, senza grande gusto per la politica, e dedicherà una parte della sua fortuna a un'opera molto concreta: una casa di riposo per musicisti anziani e senza risorse, a Milano. Una scelta che dice tutto di lui - il figlio di un locandiere non ha mai dimenticato quanto sia precaria la vita di un strumentista.
Alla sua morte, nel 1901, la folla milanese accompagna il suo convoglio e intona il coro degli esiliati di Nabucco. Un compositore sepolto da un popolo che canta la propria musica: la scena riassume un secolo.
Cosa fare, molto concretamente, di tutto ciò? Un percorso di ascolto in quattro tappe è sufficiente per attraversare la sua opera: La Traviata per l'intimità e il dramma sociale, Rigoletto per la costruzione drammatica e il quartetto finale, Aïda per il grande spettacolo e il suo rovescio sussurrato, Otello o Falstaff per il compimento. Aggiungete il Requiem se le voci vi interessano più dei decori. Prendete un libretto bilingue, seguite il testo la prima volta, lasciatevi trasportare la seconda: è così che questo repertorio, scritto per sale piene di gente comune, ricomincia a parlare.


